Cook Robin - Fattore di rischio.pdf

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ROBIN COOK
FATTORE DI RISCHIO
Traduzione di Tullio Dobner
Critical
Copyright © 2007 by Robin Cook
All rights reserved including the rights of reproduction in whole or in part in any form.
© 2010 Sperling & Kupfer Editori S.p.A.
ISBN 978-88-200-4836-5 86-1-10
Questa è un’opera di fantasia. Nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il frutto dell’immaginazione dell’autore
o usati in modo fittizio, e ogni rassomiglianza con persone realmente esistenti o esistite, aziende, eventi o località reali è
puramente casuale.
A Cameron e alla gioia che arreca
Ringraziamenti
Dominique Borse
Venture capitalist del mondo dello spettacolo
Jean E.R. Cook
Psicologa
Joe Cox
Stupendo avvocato esperto in diritto fiscale
RoseDoherty
Accademica
Marc Flomenbaum
Capo dell’Istituto di Medicina legale, Stato del Massachusetts
Angelo MacDonald
Avvocato penalista
Indice
Ringraziamenti ______________________________ 2
Prologo ____________________________________ 4
1_____________________________________________ 16
2_____________________________________________ 31
3_____________________________________________ 59
4_____________________________________________ 70
5_____________________________________________ 76
6_____________________________________________ 87
7_____________________________________________ 98
8____________________________________________ 124
9____________________________________________ 126
10___________________________________________ 130
11___________________________________________ 139
12___________________________________________ 156
13___________________________________________ 164
14___________________________________________ 168
15___________________________________________ 173
16___________________________________________ 177
17___________________________________________ 181
18___________________________________________ 185
19___________________________________________ 196
20___________________________________________ 211
21___________________________________________ 219
22___________________________________________ 234
23___________________________________________ 247
24___________________________________________ 249
Epilogo __________________________________ 254
Prologo
N
EL
breve volgere di alcuni giorni tra il marzo e l’aprile 2007, un grave e infausto
incidente occorso a tre individui, due dei quali persero la vita, avrebbe avuto una
ricaduta sull’esistenza di centinaia, per non dire migliaia di persone, precipitandole in
una complicata rete di interrelazioni. Le vittime non ebbero premonizione delle loro
tragedie individuali. Maschi tutti e tre, più o meno della stessa età, sposati e in buona
salute, si dedicavano a professioni completamente diverse e non si conoscevano nella
maniera più assoluta, né a livello sociale, né per motivi di lavoro. Uno era un medico
di razza bianca incorso in un serio e doloroso infortunio sportivo; il secondo era un
informatico afroamericano che contrasse un’infezione ospedaliera postoperatoria
fulminante e con esito fatale; e il terzo era un commercialista americano di origine
asiatica, ucciso in un modo così spietato da far pensare a un’esecuzione.
Come molta gente, il dottor Jack Stapleton non si era mai veramente soffermato a
riflettere sulla straordinaria meraviglia anatomica e fisiologica delle proprie ginocchia
fino a quando, la sera del 26 marzo 2007, gli cedette una gamba. Dalle prime ore del
mattino era rimasto al lavoro all’istituto di medicina legale. Ci era andato ed era
tornato a casa sulla sua amata mountain bike senza minimamente pensare
all’assistenza che gli stavano dando le ginocchia. Per il resto della mattinata aveva
eseguito tre autopsie, una delle quali aveva richiesto una complicata dissezione dei
tessuti interessati da numerose ferite d’arma da fuoco. Nell’insieme era rimasto in
piedi in laboratorio, quello che tra gli addetti ai lavori era conosciuto come «la
fossa», per più di quattro ore, muovendosi di riflesso in base alle esigenze del suo
lavoro. Non una sola volta aveva pensato alle ginocchia e allo sforzo esercitato dai
loro vari legamenti, che fedelmente conservavano l’integrità delle articolazioni
nonostante il notevole stress a cui erano sottoposti, e dai menischi, che
ammortizzavano il grosso della pressione esercitata dalle terminazioni distali dei
femori, gli ossi della coscia, o i vertici delle tibie, ovvero gli stinchi.
Fu più tardi, sul finire di una delle quasi notturne corse di Jack sotto le luci del
campo di pallacanestro del quartiere, che avvenne il disastro. Con suo grande
disappunto lui e alcuni dei migliori giocatori con cui aveva composto la squadra per
quella sera, compresi gli amici Warren e Flash, non avevano vinto una sola partita,
ragion per cui erano stati costretti a rimanere desolatamente seduti per lunghi periodi
prima di poter tornare in campo.
Non fosse bastata la noia di una serata storta, c’era Warren che lo tormentava
ricordandogli la sua responsabilità in molte delle loro sconfitte o per aver mancato dei
canestri facili, o per aver perso palla. Jack non poteva dire di non meritarselo: negli
ultimi secondi di una delle partite, sul punteggio di parità, Jack si era coperto di
ridicolo lasciandosi sfuggire la palla dalle mani quand’era inciampato nei propri
piedi.
Ma la calamità vera e propria colpì alla fine dell’ultima partita quando Jack era
stato servito da Warren in un’azione d’attacco. Nuovamente in una situazione di
parità e con a portata di mano il canestro della vittoria, Jack era più che mai deciso a
recuperare. Per la sua gioia, in quella che sperabilmente sarebbe stata l’ultima giocata
della partita, aveva davanti a sé un solo avversario. Lo chiamavano Spit, soprannome
guadagnato a causa di una delle sue meno apprezzate abitudini, ma soprattutto, dal
punto di vista di Jack, era alto e allampanato, fisicamente inadatto a contrastare la sua
velocità.
«Segna!» gridò dall’altra estremità del campo Warren, più che certo che Jack
avrebbe lasciato sul posto Spit per infilare due punti facili.
Dopo una convincente finta con la testa sulla sinistra, e un rapido cambio di mano,
Jack partì verso destra. Cominciò staccando da terra il piede destro, con una veloce
flessione e immediata distensione del ginocchio. Appena riportato il piede
sull’asfalto, Jack torse il busto verso sinistra per aggirare Spit, che ancora non si era
ripreso dalla finta e dal passaggio della palla da una mano all’altra. Ora che Jack ebbe
sollevato da terra il piede sinistro, tutto il suo peso fu trasferito sul ginocchio destro
parzialmente piegato, che dovette anche incassare la torsione in senso antiorario.
Se si fosse dato il tempo di calcolare le forze in azione sul suo ginocchio da
cinquantaduenne, forse Jack avrebbe avuto maggior riguardo verso quell’elemento
della sua anatomia che tanto fedelmente lo aveva servito fino a quel momento.
Purtroppo, la gamba destra di Jack cedette, scaricandolo sulla superficie granulosa
del campo da gioco, dove slittò per qualche decina di centimetri. Un attimo prima era
una massa ben coordinata di muscoli e ossa lanciata verso il canestro e un istante
dopo era un ammasso ammaccato e scorticato, prostrato sul terreno, a digrignare i
denti per il dolore serrandosi il ginocchio infortunato. Jack non era sicuro al cento
percento di che cosa gli fosse successo, ma ne aveva un’idea. Poteva solo sperare di
sbagliarsi.
«Dico, stai andando di male in peggio», lo apostrofò Warren dopo essere accorso
ad assicurarsi che Jack non si fosse fatto troppo male. Nel tono della sua voce c’erano
insieme compassione e critica. Si rialzò e si piantò le mani sui fianchi, guardando
dall’alto l’amico malconcio. «Forse stai diventando un po’ troppo vecchio per i campi
da basket, dottore, eh?»
«Mi spiace», riuscì a bofonchiare Jack. Si sentiva imbarazzato, sotto gli occhi di
tutti.
«Hai chiuso per stasera?» lo interrogò Warren.
«Non sembra troppo grave», annunciò mentre valutava l’entità delle abrasioni sul
gomito e sul ginocchio sinistro. Dopo la prima forte fitta, il dolore era decisamente
diminuito infondendogli un falso senso di speranza. Si rialzò da terra con tutta la
cautela del caso e lentamente spostò il peso sull’articolazione infortunata. Provò a
camminare e gli sembrò che stesse andando bene finché non si girò verso sinistra.
Allora l’articolazione si aprì di nuovo per un istante spedendolo a far di nuovo visita
all’asfalto. Per la seconda volta si rialzò. «Ho chiuso», dichiarò con tanta
rassegnazione quanto rammarico. «Ho chiuso davvero. Evidentemente non è un
semplice stiramento.»
Come molta gente, David Jeffries non si era mai veramente soffermato a riflettere
sulla meraviglia molecolare rappresentata dai batteri, né sul fatto che, all’esplodere di
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